“Lo smart working come modalità lavorativa efficiente per il futuro”

“La pandemia ha fatto da acceleratore di trasformazioni che, anche sul fronte del lavoro, erano già in atto prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria. L’arrivo del Covid-19 e i seguenti lockdown hanno costretto le imprese a inseguire nuovi modelli organizzativi introducendo in pochi giorni, spesso in poche ore, lo smart working in azienda. Anche a Varese siamo stati pronti, reattivi e flessibili. Ma non si è trattato di un fuoco di paglia. La nuova normalità aziendale, come confermano i dati sul territorio dell’Ufficio Studi di Univa, anche nei prossimi anni sarà caratterizzata da un maggior utilizzo del lavoro agile, almeno nelle professionalità che lo consentono”. Sono queste le parole di Roberto Grassi, Presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese, in merito allo smart working, non più solo come possibile soluzione all’emergenza sanitaria, ma anche come modalità operativa effettivamente funzionale, sia a livello di organizzazione aziendale, sia per aumentare la produttività.
A confermare le parole del Presidente Univa, sono i dati raccolti nell’analisi condotta dall’Ufficio Studi dell’Unione Industriali, intervistando un campione di 183 imprese per un totale di 33.841 lavoratori, con l’obiettivo di comprende le forme che il fenomeno ha assunto nel territorio varesino. Dati pubblicati recentemente su Varesefocus e ripresi in un articolo di Prealpina giovedì 16 settembre.
“Pur con la consapevolezza di essere ancora in un quadro emergenziale, sono già evidenti gli effetti dirompenti della pandemia sulle imprese di Varese. Molte più aziende prevedono di ricorrere allo smart working, facendolo diventare sempre più una nuova filosofia manageriale a tutto tondo”, riportano dall’Ufficio Studi. Infatti, il doppio delle imprese intervistate, rispetto al pre-pandemia, prevede di mantenere questa modalità operativa (il 31,1% contro il 16,4% del 2019). E se nel 2020 l’affermazione dello “smart working”, date le normative anti-Covid19, può essere ritenuto un fenomeno forzato e prevedibile, nel 2021 il suo consolidamento è molto meno scontato. Inoltre, tra le imprese che sceglieranno di conservare tale modalità di lavoro, la maggior parte (61,4%) prevede di renderla ancora più strutturata ed estesa, per esempio con la riorganizzazione degli spazi di lavoro e la ridefinizione delle retribuzioni sugli obiettivi.
Non si tratta di una soluzione standard, ma di un’opportunità che può rivelarsi valida; come ha sottolineato Grassi, “per innovare il lavoro, per creare nuovi progetti di sostenibilità nel rapporto lavoro/famiglia, per sperimentare nuove soluzioni di conciliazione con la vita privata, ma anche per aumentare la produttività. Le numerose imprese sul territorio che si stanno riorganizzando con le più svariate soluzioni ne sono una prova”. Infatti, prima della pandemia, la diffusione del “lavoro agile” interessava maggiormente le imprese dei servizi (45,5%) e le grandi imprese (55%). Durante la pandemia, tutte le grandi aziende del campione hanno sperimentato il “lavoro agile di emergenza” (65,6%), mentre il dato scende alla metà per le piccole imprese e a poco meno (45,2%) per le micro; inoltre, anche in questo caso i servizi vedono il fenomeno più diffuso (81,8%) rispetto all’industria (61,3%), nella quale, per loro natura, alcune fasi produttive non possono essere effettuate “da remoto”. Una situazione che ha avuto un chiaro riflesso sulla quantità di lavoratori coinvolti, triplicata con la pandemia (da 7,3% a 22,9%).
Nel futuro, le imprese dei servizi (54,5%) e di grandi dimensioni (81,8%) dovrebbero continuare a spiccare con varie forme di “smart working”, ma anche nell’industria più di un’impresa su quattro lo utilizzerà. Per quanto riguarda invece le funzioni aziendali, prevalgono in tutte e tre le fasi i sistemi informativi e la gestione del personale, perché intrinsecamente “flessibili” a livello operativo e funzionali alla transizione tecnologica-organizzativa necessaria per lo smart working stesso.

